OGNI VESTITO È UNA RESURREZIONE — POESIA, MODA ED ALTRE TRACCE
INTERVISTA A GIORGIOMARIA CORNELIO
CON GIORGIOMARIA CORNELIO
PUBLISHED May 01, 2024

Giorgiomaria Cornelio è nato a Macerata nel 1997. Poeta, scrittore, regista, curatore del progetto “Edizioni volatili” e redattore di “Nazione indiana”. Ha co-diretto la “Trilogia dei viandanti” (2016-2020), presentata in numerosi festival cinematografici e spazi espositivi. Suoi interventi sono apparsi su «L’indiscreto», «Doppiozero», «Antinomie», «Il Tascabile Treccani» e altri. Ha pubblicato "La consegna delle braci" (Luca Sossella editore, Premio Fondazione Primoli, ) e "La specie storta" (Tlon edizioni, Premio Montano, Premio Gozzano Under 30). Ha preso parte al progetto “Civitonia” (NERO Editions).  Ha curato, per Argolibri, l'inchiesta letteraria "La radice dell'inchiostro". La traduzione di Moira Egan di alcune sue poesie scelte ha vinto la Raiziss/de Palchi Fellowship della Academy of American Poets. È il direttore artistico della festa “I fumi della fornace”. È laureato al Trinity College di Dublino, che gli ha conferito la medaglia d’oro agli studi.

                         Come ti sei avvicinato alla poesia? Quali libri da bambino ti hanno fatto sognare?

Un grande poeta francese, Joë Bousquet, rimasto gravemente ferito durante la Prima guerra mondiale, diceva: «la mia ferita esisteva prima di me, io sono nato per incarnarla». Mi piace rispondere che la poesia, esattamente come la ferita, in qualche modo ci precede, ci aspetta, ci avvicina prima ancora di comprenderla. È una consegna che portiamo nella carne - e questo non riguarda soltanto i "poeti d'ufficio". Poetico è quel modo di passare per il mondo come se ricominciasse a ogni nuovo attraversamento.

Alcuni libri: sicuramente Anna dai capelli rossi, mio alter ego d'infanzia, orfana del cosmo eppure capace di ribattezzarlo. Poi il Mago di Oz - siamo tutte Dorothy in cammino sulla strada dei mattoni dorati. Ancora: Le avventure di Pinocchio, perché come il burattino di Collodi bisogna sempre imparare a rinascere.

                        Chi è il tuo regista preferito? Qual è il film che hai visto più volte?
Il Sergej Paradžanov de Il colore del melograno, film dei film sullo splendore delle vesti. E poi tutto il cinema di poesia di Andrej Tarkovskij, di David Lynch, di Wong Kar-wai, di Isao Takahata, di Sergio Leone (C'era una volta in America è la mia pellicola "del cuore"). Jean-Luc Godard, la sua Histoire(s) du cinéma... In Italia, oltre all'Ermanno Olmi dell'L'albero degli zoccoli, direi, tra i moltissimi che hanno fatto del cinema un'avventura della percezione, Mauro Santini e Paolo Gioli.
Il film che ho visto più volte? Sono quattro, che riguardo ogni volta che posso: Viale del tramonto di Billy Wilder, Titanic di James Cameron ("affondamento" del sogno del cinema), Quel che resta del giorno di James Ivory (la mia storia d'amore preferita) e poi The Hours, basato sul capolavoro di Michael Cunningham, che so a memoria: «Il poeta deve morire, il visionario…».

                         Siamo fatti delle storture - scrivi nel tuo libro La specie storta - ma le storture sono pratiche di volo. Come possono le nuove generazioni imparare a volare?
Facendo della propria stortura - di ogni stortura - un modo per rinnovare lo sguardo sulle cose, cercando visioni intrecciate con quanto ci circonda.
La Specie Storta nasce nel luogo della mia infanzia, Valle Cascia, piccola frazione di appena quattrocento abitanti sorta all'ombra di una grande fornace di mattoni, attiva per un secolo e poi chiusa nel 2012.  Una malavoce degli abitanti attribuiva proprio alla fornace - ai suoi fumi - le storture dei più "giovani": devianze, omosessualità, libertinaggio, manie artistiche. La poesia è stato il modo con cui abbiamo fatto di quella cattiva leggenda un mito di fondazione, una favola queer come pratica di volo verso altre possibilità, altre verità: «dì tutta la verità, ma dilla obliqua»!.

                        Cosa c’è di poetico nel vestirsi, o meglio, nel vestito?
La veste è la seconda pelle, la seconda vita delle cose. Ogni vestito è una resurrezione. Noi vestiamo le parole come vestiamo i corpi, per prepararli ad altre nascite.
Bernard Rudofsky, quando scrisse di abbigliamento, utilizzò l'espressione corpo incompiuto. Sì, siamo incompiuti: non perché ci manchi qualcosa rispetto a una Natura completa e originaria, ma perché natura è proprio questo continuo trasformarsi delle forme, questa danza senza compimento con la quale incorporiamo il mondo, e siamo a nostra volta incorporati.
Non esiste altra natura che la moda.

                        Macerata, Dublino, Venezia. Cosa ti lega a questi luoghi? Dove ti senti più a casa?
Li lega l'andare del pellegrino, lo spazio della perenne scoperta, e poi la mitologia costruita con Lucamatteo Rossi: un sentiero amoroso e artistico, che dura da dieci anni, e dal quale è nata una trilogia filmica che abbiamo chiamato proprio Trilogia dei viandanti.
Come ho spiegato prima, potrei dire che Valle Cascia è il luogo dove ho ambientato la vocazione della stortura,  quindi dove mi sento più "a casa". Eppure,  oggi per me casa è questo stare tutti e tutte, umani e oltre-umani, in un grande transito planetario, in un moto di cui ancora non conosciamo il futuro. Stare nell'incerto, nella feconda incertezza del mondo - nella sua febbre.

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